CARLO PATRIARCA, EROE SCONOSCIUTO.

Si fa un gran parlare della mancanza di valori nella società contemporanea. Si punta il dito, in modo feroce e spietato, contro i giovani che hanno finito per diventare il parafulmine di tutte quanto non va al giorno d’oggi. Già detta così suscita grande ilarità un’analisi sociologica apparecchiata dagli adulti che, fuggendo sistematicamente da una messa in discussione di sé stessi, preferiscono colpevolizzare le nuove generazioni. Come se poi i ragazzi di oggi non avessero un padre e una madre, una famiglia insomma che gli indica ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. I grandi danno l’esempio ai piccoli, giusto o sbagliato, anche quando non parlano oppure dicono qualcosa apparentemente poco rilevante. I ragazzi, invece, ascoltano anche i silenzi dei grandi. Leggendo vi starete domandando, forse, dove vorrò andare a parare. Andando al sodo, noi adulti siamo così sicuri di fornire i giusti esempi ai nostri ragazzi, di indicargli modelli di riferimento corretti, di educarli attraverso l’esempio illuminante di sani valori e bei principi? Chi trascorre l’intera esistenza a non mettersi mai in discussione risponderà in modo affermativo e senza la minima incertezza. Temo che siano la stragrande maggioranza quelli col ditino puntato esclusivamente contro i giovani di cui si discorreva all’inizio. Chi si ferma a riflettere, chi sa fare autocritica, chi ammette di poter sbagliare e in particolar modo con i più piccoli, allora non sarà in grado di dare una risposta immediata e, anzi, forse pensandoci bene inizierà anche a darsi delle colpe. I giovani si strutturano con modelli di riferimento sbagliati e diseducativi. Stanno sempre sui telefonini. Sono distratti e disinteressati rispetto al mondo dei grandi che li circondano. Quante volte abbiamo sentito queste frasi o le abbiamo pronunciate proprio noi? Non si contano. Ebbene, posto che nel merito potrebbero essere tutte affermazioni assolutamente fondate, dove siamo noi grandi in tutto questo vivere sbagliato dei nostri ragazzi? Andando alla sostanza e fermandoci un attimo a riflettere possiamo dire, senza tema di smentita, che impegniamo del tempo in modo costruttivo con i nostri ragazzi? Raccontando loro una bella storia, facendogli conoscere esempi positivi, leggendo con loro libri che trasmettono messaggi positivi, chiedendo davvero come stiano? Quale sia davvero la loro vita e non quella che noi immaginiamo che sia, senza dialogo oltretutto. Se dopo esserci interrogati dentro, e con sincerità, scopriamo che stiamo collezionando una bella sfilza di mancanze e di carenze, allora forse è il caso di cambiare passo o, se proprio acquistiamo la consapevolezza di esserne incapaci, allora sarebbe meglio stare zitti piuttosto che vestire l’ abito poco consono dei perfetti maestri di vita. Se diamo poco ai nostri giovani perché pretendiamo tanto? Tutto molto logico, sebbene la logica di questi tempi vada spesso fuori strada nell’agire umano. Non dobbiamo pensare a quello che fanno, eventualmente di sbagliato gli altri, pensiamo piuttosto a ciò che non facciamo noi o se sia sempre giusto il nostro modo di andare avanti. Detto questo e volendo passare velocemente ai fatti, mi piace poter ricordare in poche righe un ragazzo di Arce che in un istante della sua breve vita decise di diventare un eroe. Si chiamava Carlo Patriarca, era di Arce, nato nel 1907. Tempi tosti quelli in cui si cresceva tra la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo. All’epoca in cui Carlo morì, chiuse gli occhi per sempre il 12 giugno 1927, erano state varate da poco le leggi cd. Fascistissime che fecero un sol boccone delle libertà democratiche, non ancora repubblicane, bensì statutarie (lo Statuto Albertino era stato promulgato nel 1848 e mai formalmente abrogato nemmeno dal fascismo). Fine dei partiti politici, delle libertà associative e di manifestazione del pensiero, confino di polizia per le “teste calde” e istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato per munire il regime di un randello para-legale che punisse, con un diritto d’eccezione esclusivamente funzionale a non abbassare il volume del megafono propagandistico, tutti coloro che esprimessero un dissenso, anche solo larvato, nei confronti del Duce. Per le amministrazioni locali erano state messe in soffitta le libere elezioni e la figura del sindaco era stata sostituita da quella del Podestà, autorità amministrativa di strettissima fedeltà al governo. Ad Arce le ultime elezioni libere si tennero il 6 luglio 1924, vinte dalla lista dei giovani capeggiata dall’avvocato Gennaro Germani (fascista della prima ora) contro ciò che restava del potere del periodo liberale, incarnato dalla figura dell’ex segretario comunale del paese, Sisto Sera. Si sarebbe di nuovo votato con procedure libere e democratiche il 17 marzo 1946 in occasione delle elezioni amministrative di primavera. E fu la prima volta che votarono le donne in Italia. Si dice sempre che le donne votarono in Italia per la prima volta il 2 giugno 1946. Non è vero.  All’epoca dell’episodio che occupa il presente articolo, e che riguarda il carabiniere arcese Carlo Patriarca, Arce era retta dal Podestà Felice D’Arienzo che, vedremo a breve, spese belle parole per il giovane Carlo, adoperandosi anche nel compimento di un bel gesto carico di umanità. Il 12 giugno 1927 si disputava nella Capitale d’Italia il Gran Premio di Roma, noto dal 1925 al 1932 come Gran Premio Reale di Roma, gara automobilistica che vedeva tra i partecipanti i migliori piloti italiani. Carlo Patriarca, allievo carabiniere, era impegnato nel servizio d’ordine. La competizione quell’anno fu funestata dal grave incidente che coinvolse il grande Emilio Materassi (che sarebbe morto l’anno successivo nel gran premio di Monza). La vettura del campione di automobilismo di Borgo San Lorenzo andò fuori strada, andando a travolgere alcuni spettatori. Carlo Patriarca fece da scudo con il proprio corpo ad alcuni bambini che si salvarono. Il nostro giovane morì per le lesioni riportate in seguito al terribile impatto. Il podestà Felice d’Arienzo, nella delibera del 18 giugno 1927, con la quale il Comune si accollò le spese del funerale del giovane Carlo evidenziava che “[..] ritenuto che la notizia del sacrificio di sé stesso compiuto per sublime altruismo dall’allievo carabiniere Carlo Patriarca durante lo svolgimento del Circuito Automobilistico di Roma commosse profondamente la cittadinanza arcese e molti si fecero eco del generale desiderio di rendere alla salma dell’eroico giovane solenni onoranze; ritenuto che il Patriarca apparteneva a famiglia di poveri agricoltori, e che però s’imponeva al Comune il dovere di assumere a proprio carico le spese delle onoranze funebri, pur contenendole nei limiti più ristretti…[..]”. “Eroico giovane” che muore per il “sacrificio di sé stesso compiuto per sublime altruismo”. Carlo Patriarca, che ad Arce è un perfetto sconosciuto, merita il doveroso ricordo e la giusta considerazione perché possa essere dissepolto dal colpevole oblìo in cui versa ed essere conosciuto come merita tra i figli illustri di Arce.

Pierluigi Gemma

Sulla vicenda, v. “Di Arce in Terra di Lavoro” di Ferdinando Corradini.